Cammino per le sale dell’Acquario della mia città, seguendo l’itinerario “Dal mare al fiume, fino alla sorgente”, rifacendo così, vasca per vasca, il percorso del salmone che risale la corrente. Quel pesce, nella mitologia dei nativi americani, è uno spirito quasi divino, burlone come Hermes e inafferrabile come Proteo secondo i Greci. Mi viene anche in mente l’ouverture dell’Ulisse di Joyce, quando dalla Torre Martello affacciata sulla baia di Dublino Buck Mulligan e Stephen Dedalus salutano l’acqua marina come “madre degli dei e degli uomini”. Al piano inferiore dell’Acquario, apparecchi e congegni della mostra “Splash”, a cura della Fondazione LIDA, Laboratorio Internazionale dell’Acqua – dai modelli delle macchine di Archimede alle simulazioni con la cosiddetta acqua asciutta – fanno vedere come, nel corso dei secoli, anzi dei millenni, i “figli” hanno imparato a giocare con i doni della “madre” generosa. Sempre a Milano, l’inverno scorso, a Palazzo Reale si è aperta una grande rassegna dedicata all’Acqua, o meglio alle sue rappresentazioni in pittura e scultura, “Anima dell’acqua”, appunto.
I casi di intersezione tra l’universo della rappresentazione e quello ecologico potrebbero moltiplicarsi. Per di più, arte è termine polisemico; potremmo addirittura dire che indica una polifonia di scopi e di valori. Così passiamo dalla bellezza delle espressioni poetiche e raffigurative all’efficacia del controllo ingegneristic fontane e canali, mulini e dighe, navi e idroscali, congegni di irrigazione e articolati sistemi idraulici per le dimore umane… L’elenco è lungo, e ben si presterebbe a scandire la storia delle varie civiltà. Senonché, quel “gioco” può rivelarsi pericoloso, perché la gestione dissennata del “dono blu” potrebbe produrre, in un futuro assai vicino, uno scenario desolato di siccità e carestia, e di conseguenza un ritorno alla barbarie. Per non dire, con Machiavelli, che c’è pure l’Arte della guerra. Di fatto, il nostro Globo conosce già in Asia, in Africa e nelle Americhe una miriade di conflitti per l’acqua. Forse il più noto a noi, che ci affacciamo sul Mediterraneo, è quello per il controllo del Giordano, il fiume che interessa, nel Vicino Oriente, ben cinque entità statali: Libano, Siria, Israele, Palestina (in particolare, i cosiddetti Territori della Cisgiordania), Giordania.
Ma non è certo l’unico! E inoltre, qualcuno potrebbe notare che non è solo oggi che l’acqua infiamma il mondo (per dirla con un’efficace battuta dell’Europeo, in un numero dedicato al problema). Agli albori di uno dei primi grandi esperimenti urbani della storia – le città-stato dei Sumeri e degli Accadi nella Mesopotamia, il paese dei due Fiumi – assistiamo allo scontro tra Gilgamesh, signore di Uruk e Agga, sovrano di Kish, per il controllo di una falda acquifera, che ben due città si disputano. All’ingiunzione da parte di Agga, l’eroe e il semidio Gilgamesh risponde: “Non chiuderemo mai i nostri pozzi”, e invita i suoi giovani leoni a ribellarsi.“Nulla di nuovo sotto il Sole”, come diceva il biblico autore dell’Ecclesiaste? In realtà, qualcosa di nuovo c’è! Si tratta, in primo luogo, dell’insieme di strumenti, materiali e concettuali, che l’impresa tecnico-scientifica nel corso del tempo ci ha messo a disposizione; in secondo luogo, della gamma di possibilità che la crescita scientifica, tecnologica e civile ci ha dischiuso. È così che dalla rivalità si passa, benché a fatica, alla cooperazione.
L’iniziativa LIDA per una sorta di “museo a cielo aperto” uno science center totalmente dedicato all’acqua nell’area a sud di Milano non è, allora, solo un modo interessante di sensibilizzare i cittadini agli essenziali servizi che l’acqua offre in una grande realtà urbana; è soprattutto un esempio di educazione politica nell’accezione migliore del termine: si tratta di capire perché e in che modo “la madre degli dei e degli uomini” possa nuovamente rivelarsi elemento di comprensione reciproca e di collaborazione, nonostante qualsiasi diversità di “radici”. Alla fine della loro contesa, il vincitore (Gilgamesh) invitava il vinto (Agga) a lavorare insieme “perché l’acqua non andasse sprecata”. È questo tipo di solidarietà che dobbiamo riscoprire. Lo dico anche da cittadino di Milano, una metropoli che non è lambita dal mare e nemmeno attraversata da un grande fiume come il Tamigi o la Liffey, ma che è collocata in una Lombardia un tempo ricca di bacini e di fonti. È proprio in un momento in cui maggiormente si avverte l’urgenza dei problemi che bisogna “saper sognare”. Come già ci ha insegnato quello strano immigrato fiorentino, Leonardo da Vinci, che regalò a Milano la meraviglia dei Navigli e progettò una grande rete idrica capace, con un sistema di sbarramenti e chiuse, di portarci le navi da Genova. Solo fantasie tecnologiche? Non è detta l’ultima parola.
Giulio Giorello